Guardo fuori dal finestrino del tram 1 che sferraglia lungo Viale Monza. Piove, una pioggia sottile e sporca che sembra fatta apposta per lucidare l’asfalto e spegnere le intenzioni. Nelle cuffie ho una playlist che mescola le top 50 attuali e qualche vecchia gloria indie di dieci anni fa. E mentre lo sferragliare metallico copre i pensieri, mi rendo conto di una verità scomoda, gelida: abbiamo smesso di innamorarci. Abbiamo iniziato a sedarci.
Gabriel García Márquez scriveva dell’amore ai tempi del colera, un sentimento febbrile, un’attesa eterna, una malattia necessaria. Oggi? Oggi l’amore nelle barre dei rapper e nei ritornelli indie suona come una prescrizione medica scaduta. È l’Amore ai tempi dello Xanax.
Il Rap e la pornografia dei sentimenti
Ricordate quando nel rap l’amore era una guerra? O una devozione quasi religiosa, o un odio viscerale? C’era sangue. Oggi, ascoltando le ultime uscite che intasano Spotify, l’amore è diventato un accessorio di lusso, al pari del Patek o della collana ghiacciata.
Nella trap contemporanea, la donna (o l’uomo, raramente) non è più Musa né Nemesi. È un asset. La narrazione si è spostata dal “farei di tutto per te” al “ho fatto i soldi, quindi posso averti”. È un amore transazionale, ripulito da ogni viscosità emotiva. Non c’è più il rischio di farsi male, c’è solo il rischio di perdere follower.
I testi sono diventati anaffettivi, narcotizzati. Si parla di relazioni tossiche con la stessa nonchalance con cui si ordina un delivery. La sofferenza non è urlata, è mormorata sotto chili di autotune che levigano ogni spigolo, ogni imperfezione della voce e dell’anima. È un dolore sintetico, confezionato sottovuoto, perfetto per essere consumato in storie di 15 secondi e poi dimenticato. Non cerchiamo l’altra metà della mela, cerchiamo solo qualcuno che fitti bene nel feed.
L’Indie e la banalità del male (di vivere)
E non crediate che dall’altra parte della barricata, nel rassicurante mondo dell’Indie (o di quel che ne rimane), le cose vadano meglio. Se il rap ha trasformato l’amore in merce, l’indie lo ha ridotto a una nevrosi da cameretta.
Siamo passati dalla disperazione cosmica ai “messaggi visualizzati e non risposti”. L’epica del sentimento è crollata sotto il peso della quotidianità più spicciola. Le canzoni non parlano più di amori impossibili, ma di situationship irrisolte, di Spritz bevuti male sui Navigli, di felpe dimenticate a casa di lui/lei. È una narrazione che celebra la mediocrità del sentire. Cantiamo l’incapacità di impegnarci come se fosse una poetica esistenzialista, mentre è solo paura fottuta di essere vulnerabili.
C’è un filo rosso che collega queste due sponde musicali: l’assenza di rischio. L’indie piagnucola in un modo che vorrebbe essere bohémien ma è solo borghesemente annoiato; la trap ostenta un cinismo che vorrebbe essere street ma è solo difesa immunitaria.
La Generazione Anestetizzata
Perché siamo finiti qui? Perché abbiamo barattato l’intensità con la sicurezza. L’amore vero, quello che ti fa sentire il basso nello stomaco come un pugno, è pericoloso. È disordinato. Non lo puoi controllare con un algoritmo. Invece, l’amore cantato oggi è un prodotto sicuro. È un amore che prevede già la fine (“Tanto siamo giovani, tanto finisce”), un amore che ha già l’antidoto pronto prima ancora del veleno.
Viviamo in una società liquida, direbbe Bauman se avesse dovuto recensire l’ultimo disco di Lazza o di Calcutta, dove i legami si sciolgono prima di solidificarsi. E la musica, specchio fedele e spietato, non fa che rimandarci questa immagine frammentata.
Mentre scendo dal tram e apro l’ombrello sotto il cielo color cemento di Milano, mi chiedo se torneremo mai a scrivere canzoni che sanguinano davvero. Canzoni che non siano colonne sonore per storie Instagram e e TikTok, ma colonne sonore per notti insonni. Per ora, ci accontentiamo di questo torpore elettrico. Di questo amore in pillole, da deglutire con un sorso d’acqua, sperando che faccia effetto prima che arrivi la solitudine.
Ma forse, sotto sotto, in questo vuoto pneumatico, stiamo solo aspettando qualcuno che abbia il coraggio di staccare l’autotune e urlarci in faccia che l’amore fa ancora un male cane. E che va bene così.


