Il silenzio che è calato il 12 gennaio 2026 ha il sapore amaro dell’asfalto bagnato di Chilmark, nel Massachusetts, dove il cuore di John Forté ha smesso di battere a soli 50 anni. Non è stata solo la fine di un uomo, ma lo spegnersi di una frequenza d’onda che aveva imparato a far vibrare il mondo intero. Lo hanno trovato senza vita nella sua casa, un’uscita di scena improvvisa che lascia la comunità hiphop orfana di uno dei suoi architetti più raffinati e tormentati. Mentre scrivo queste righe, sento il peso di una storia che brucia, quella di un ragazzo di Brownsville che ha saputo trasformare il suono della strada in una sinfonia celestiale, prima di essere inghiottito dalle tenebre e poi risputato fuori dalla luce della redenzione.
Non è mai stato un tipo da copertina patinata, ma era l’uomo che metteva le mani sui fader quando c’era da dare una direzione a quel caos meraviglioso che erano i Fugees. Cresciuto con un violino tra le mani alla Phillips Exeter Academy, ha portato quella disciplina quasi accademica nel fango di Brooklyn, trovando in Lauryn Hill una sorella d’armi che aveva capito subito il valore della sua testa. Quando è uscito The Score nel 1996, John non stava solo a guardare; ha messo la sua impronta su pezzi che ancora oggi ci fanno tremare i polsi, scrivendo e producendo tracce come “Cowboys” e “Family Business”, e curando quel “Refugee Camp Global Mix” di “Fu-Gee-La” che ha fatto ballare mezzo mondo. Non servivano termini altisonanti: bastava sentire come giravano quei beat per capire che c’era lui dietro le macchine.
La sua carriera è stata un incrocio pazzesco di generi e strade diverse, un uomo capace di stare in studio con Michael Jackson e DMX, di collaborare con il genio jazz di Herbie Hancock o di perdersi nelle atmosfere cupe di Tricky. Ha dato il suo contributo a The Carnival di Wyclef Jean e ha diviso il microfono con Talib Kweli, dimostrando che la sua visione non aveva confini di genere o di etichetta. Ha vissuto mille vite, compreso quell’abisso che si è aperto nel 2000 con una condanna a 14 anni per droga che sembrava averlo cancellato dal mondo. Ma la “fiamma” di cui parlo sempre non si spegne così facilmente: grazie all’amicizia vera di Carly Simon, ha ottenuto la grazia presidenziale nel 2008, tornando a essere un uomo libero e un artista capace di raccontare la redenzione senza mai suonare finto.
Oggi Lauryn Hill lo ricorda come un “Anima Gentile” e Wyclef urla che le leggende non muoiono, e noi siamo qui a sottoscrivere ogni parola. John Forté non se n’è andato davvero, perché ogni volta che metteremo su un pezzo di The Score, la sua impronta sarà lì, viva e pulsante tra i bassi e le rime. È il destino di chi ha saputo costruire qualcosa di più grande della propria stessa vita, un’eredità fatta di musica e resistenza che non ha bisogno di superlativi per brillare.

