Hanno tolto il rap dai club patinati per riportarlo dove è nato: sull’asfalto. Noyz Narcos, Baby Gang e una congrega di pesi massimi scendono al Serpentone per una notte che non è un concerto, è una dichiarazione di guerra.
Per tre anni, il Vangelo secondo Red Bull è stato predicato tra i palazzi di Scampia. Un atto di fede, un segnale potente: il rap, quello vero, quello che ha il sapore del ferro e dell’asfalto, non vive nei salotti buoni. Vive nelle periferie. E tutti pensavano che la storia finisse lì. Si sbagliavano di grosso.

Perché ora hanno spostato il ring. Hanno smontato il tempio e lo hanno ricostruito a Roma. Ma non nella Roma da cartolina, non al Circo Massimo per far contenti i turisti. No. L’hanno piantato nel cuore di una delle arterie più controverse e vitali della capitale: Corviale. Il Serpentone. Un chilometro di cemento armato che è una cicatrice, un monumento, una città nella città. Una scelta che non è logistica. È ideologica. È dire al mondo: “Venite a vedere dove pulsa davvero il cuore di questa cultura”.

E cos’è questo Red Bull 64 Bars Live se non la forma più pura e brutale del mestiere? In un’era di ritornelli scemi, di autotune usato come un cerotto sull’incapacità, di carriere costruite su un balletto virale, il 64 barre è una cosa antica e sacra. È un uomo, o una donna, solo. Di fronte a un microfono. Con un beat che martella alle spalle e sessantaquattro fottutissime righe per dimostrare al mondo di che pasta sei fatto. Non c’è ritornello a cui aggrapparsi, non c’è coreografia che ti possa salvare. O sai scrivere, o sai andare a tempo, o è meglio se cambi mestiere. È una messa a nudo. È un incontro di pugilato dove le parole sono i guantoni.
E chi chiamano a officiare questa messa nera del 4 ottobre? Guarda questi nomi e prova a non sentire un brivido lungo la schiena.

NOYZ NARCOS. Non c’è bisogno di aggiungere altro. È il cuore nero di Roma, l’architetto di un immaginario oscuro e poetico che ha definito più di una generazione. La sua presenza a Corviale non è una performance, è una benedizione papale al contrario. BABY GANG. Il nervo scoperto del rap italiano. Il ragazzo che sputa fuori il suo vissuto con una rabbia e un’urgenza che spaventano i benpensanti. Che ti piaccia o no, è una delle voci più reali e necessarie in circolazione. LACRIM. L’ambasciatore dell’asfalto francese. Un pezzo da novanta della scena d’oltralpe che viene a dimostrare che la strada parla la stessa lingua, da Parigi a Roma. ELE A. La lama più affilata della nuova scuola. Tecnica, flow, idee. La prova vivente che il futuro del rap è in ottime mani.
E a tenere insieme le fila di questo manicomio, a tessere le trame sonore, ci sarà SICK LUKE, un alchimista di beat che potrebbe far muovere la testa anche a un morto. E come se non bastasse, scendono in campo due guardiani del tempio romano: DANNO e UZI LUKE.

Questa non è una festa. È una cerimonia. È un’occasione per vedere il rap nella sua forma più essenziale e potente, senza sovrastrutture, senza filtri. È un evento per chi ama le parole, per chi crede che una rima possa ancora fare più male di un pugno.
Quindi, il 4 ottobre, hai una scelta. Puoi startene a casa, o puoi decidere di essere testimone. Puoi decidere di andare a Corviale, sentire l’odore del cemento e vedere questi artisti giocarsi tutto in 64 battute.