giovedì, Febbraio 5, 2026

Dieci tracce per uscire dal coma: quando il rap ti riporta alla vita

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Ci sono dischi che nascono in studio.
E poi ce ne sono altri che nascono tra la vita e la morte.

Coma, l’album di Berga, non è solo un debutto o un progetto autobiografico: è il racconto crudo di una rinascita. Leonardo, questo il suo vero nome, ha 18 anni quando nell’estate del 2024 un grave incidente a Luvinate lo scaraventa in un coma profondo. Per giorni — settimane — il mondo resta fuori. Niente parole, nessun contatto. Solo buio.

Eppure, in quella stanza di terapia intensiva, succede qualcosa che ha del paradossale: la musica torna a parlare prima di lui.

Le sue stesse canzoni, rap e hip-hop scritti prima dell’incidente, diventano parte del percorso clinico per riattivare il sistema nervoso. Beat, rime, frequenze: il rap come stimolo, come scossa elettrica. Non metafora, ma realtà. Berga è lì, immobile, ma dentro — come racconterà poi — “c’era tutta questa vita che spingeva”.

Il risveglio è una frattura netta. «Era come se fossi morto e poi mi fossi svegliato come un nuovo Leo». Una frase che pesa, perché non cerca pietà né retorica. È la constatazione di chi ha visto il fondo e ne è tornato indietro.

Da qui nasce Coma, uscito il 12 dicembre: dieci tracce come dieci passi fuori dal buio. Il disco non edulcora il trauma, non lo spettacolarizza. Lo attraversa. Ogni brano è una tappa di riappropriazione: del corpo, della voce, del tempo. Il rap diventa linguaggio di sopravvivenza, prima ancora che espressione artistica.

In un’epoca in cui il dolore viene spesso estetizzato o trasformato in slogan motivazionale, Berga fa l’opposto: resta aderente alla ferita. Coma non chiede empatia, la impone. Perché è reale. Perché è successo davvero.

Nella storia della musica non mancano artisti segnati da incidenti, overdose, risvegli estremi. Ma qui c’è qualcosa di diverso: la musica non arriva dopo il trauma, ci lavora dentro. Mentre il corpo è fermo, il suono continua a muoversi.

E forse è proprio questo che rende Coma un disco necessario. Non perché “ispirazionale”, ma perché onesto. Perché racconta che il rap non serve solo a fuggire dalla realtà — a volte serve a tornarci.

Berga oggi è vivo, parla, scrive, rappa. Ma soprattutto testimonia una cosa semplice e potentissima: anche quando tutto è spento, una traccia può ancora accendersi.

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